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Armine Harutyunyan: la modella Gucci vittima di body shaming


La modella Armine Harutyunyan, che ha sfilato per la collezione primavera estate 2020 di Gucci, è diventata oggetto di body shaming e diviso i social

La notizia è virale, ma questa volta non per colpa di un vero virus. La modella di origini armene Armine Harutyunyan è diventata oggetto di body shaming, ovvero di commenti negativi sul suo aspetto fisico. Sul suo profilo Instagram scorrono infatti parole taglienti e crude. I “disprezzatori (o, come si dice in inglese, “haters”) professionisti” condividono violenti insulti sul suo corpo, e non solo: alcuni si chiedono se è una donna, altri si domandano come possa essere stata scelta per sfilare sulla passerella di Gucci, altri ancora commentano con disprezzo la sua origine armena. 

Ma non finisce qui, perché i post più virali vengono alimentati da fake news, smentite dalla stessa casa di moda che ha scelto Armine Harutyunyan per la sfilata primavera estate 2020: Gucci non ha mai stilato una lista delle 100 modelle più belle e/o sexy del mondo

Così a tutti gli effetti il caso “Armine” fa riflettere, trasformandosi in una lotta contro la misoginia, il razzismo e il body shaming, tre atteggiamenti di avversione che hanno come minimo comune denominatore le dinamiche tossiche legate a un'estetica stereotipata. Questo è effettivamente il nocciolo della questione: per molti definire il “concetto di bellezza” è un'ossessione, un'esigenza che diventa poi una gabbia dentro cui intrappolare la vittima del momento. E in questo caso la vittima è proprio lei, Armine Harutyunyan.

Ma Alessandro Michele ha ben presente la società contemporanea, e con le sue scelte creative, incluse le modelle, rimane fedele alla filosofia del filosofo francese Roland Barthes “Attraverso la moda la società si mette in mostra e comunica ciò che pensa del mondo”. Ovvero la moda è un chiaro manifesto contemporaneo della società

Quindi dobbiamo guardare alla sfilata primavera estate 2020, quando il Direttore Creativo di Gucci ha scelto Armine Harutyunyan. È proprio lì che sta la risposta a quello che sta accadendo in queste ore sui social, a causa della “cultura” dello hate sharing.

Lo scorso Settembre, lo stilista ha trasformato l'hub di via Mecenate in una camera asettica con al centro un nastro trasportatore utilizzato come passerella. Una serie di look si sono distinti in modo particolare: una serie di modelle e modelli hanno indossato indumenti bianchi che ben presto si è scoperto essere giacche e camicie di forza di manicomi e divise da carcerieri. Tra questi c'è anche Armine Harutyunyan. L'immagine è forte, simbolo della società in cui viviamo o veniamo rinchiusi.

Gucci vuole far riflettere il suo pubblico, tenendo ben presente le parole di un altro filosofo francese, Michel Foucault, nel Sorvegliare e PunireDa dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto (…) di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderti docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni”. La gabbia è quel rapporto che si instaura tra l'individuo singolo e le regole del sistema sociale in cui è inserito, che nel caso Armine si chiama “concetto di bellezza”. 

Oggi però la moda semina il cambiamento, all'insegna di diversità e inclusione, mostra una coscienza che non sempre ha dimostrato in passato: non è quindi solo riducibile a dei vestiti ma diventa veicolo di importanti messaggi sociali, favorendo l'autodeterminazione, cioè essere chi siamo o chi vogliamo essere. Perché siamo tutti unici e questa è la nostra forza nonché arma per combattere il body shaming e tutte le altre forme tossiche di avversione.