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Pandemia globale: come restare sobri durante il lockdown


Il mondo non ha mai affrontato nulla di simile alla pandemia globale di coronavirus. La misteriosa malattia simil-influenzale, apparsa in Cina sul finire del 2019, alla fine di marzo 2020 aveva messo in lockdown metà della popolazione mondiale. Per quasi quattro miliardi di persone, stare confinati nel soggiorno di casa cercando di comprendere che il contatto sociale poteva valere una sentenza di morte è diventato il nuovo andare fuori. Com’era prevedibile, molti hanno cercato conforto nel mobile bar, annebbiando con la birra la dura realtà del 2020.

Mentre il commercio al dettaglio toccava le cifre più basse da quando vengono registrate, le vendite dell’alcol sono andate alle stelle. Negli Stati Uniti, le vendite dei superalcolici hanno avuto l’impennata maggiore. A confronto con lo stesso periodo di nove settimane del 2019, le vendite del gin sono aumentate del 42,5 per cento. Nel Regno Unito, i supermercati hanno riportato una crescita di un terzo delle vendite di alcol. Era facile credere che il mondo stesse superando il trauma della pandemia con l’aiuto dell’alcol. Ma per chi non beve, il lockdown nel mezzo di una crisi sanitaria globale ha rappresentato un problema ulteriore.

Foto Jamie Spence

Row of table with upside down chairs in restaurant due to city lockdown during pandemic of Covid-19 virus to stop infection spreading crisis.

Foto Jamie Spence
Photography Techa Tungateja

Ancore di salvezza sparite

Una cosa che ho imparato presto quando ho deciso di smettere di bere è che non c’è un modo corretto di essere sobri. Alcuni scelgono di andare alle riunioni degli Alcolisti Anonimi (AA) o di Narcotici Anonimi (NA), altri vanno a disintossicarsi nei centri specializzati, altri ancora si dedicano ossessivamente all’esercizio fisico. Ognuno fa quello che funziona per lui. Ma una cosa importante che ci accomuna quasi tutti, qualunque percorso abbiamo deciso di seguire, è trovare dei modi di riempire il tempo che guadagniamo quando non beviamo più. Quelle attività, che sia una riunione o una lezione in palestra, possono essere delle ancore di salvezza per noi. E quando è arrivato il lockdown, molte di esse ci sono state sottratte da un giorno all’altro.

A Londra, il servizio di call center di Alcolisti Anonimi – che riceveva fino a 2500 chiamate a settimana – è stato sospeso e le 900 riunioni in presenza che avrebbero dovuto tenersi ogni settimana nella sola capitale hanno chiuso le porte. Comprendendo tuttavia che per alcune persone che partecipavano al programma queste riunioni erano questione di vita o di morte, AA è subito passata al digitale, adattandosi molto più velocemente di molte aziende nello spostare le riunioni dagli spazi fisici di case e chiese agli spazi virtuali di Zoom e Skype. Un vantaggio era che alle riunioni online poteva prendere parte un maggior numero di persone, fino a 40 partecipanti da ogni area del paese per ogni singola seduta. Ma non tutti i membri della comunità di sobri vanno alle riunioni.

Socializzare riempiva gran parte della mia vita prima della sobrietà. Lavoravo nell’industria dello spettacolo, che comportava alti livelli di socializzazione. Le riunioni si facevano bevendo un drink, i contratti si stipulavano nei privè bui di club esclusivi, e stare “fuori” per me era molto più normale che stare dentro. Ai tempi delle feste, non ho ricordi di aver passato due giorni di fila in casa. Mai. E la mia vita da sobrio non era meno attiva.

All’inizio del mio percorso verso la sobrietà, ero andato a prendere un caffè con un amico, il DJ Fat Tony, una persona che è diventata un grande esempio di riabilitazione dall’alcolismo, e gli avevo chiesto che diavolo avrei dovuto fare di tutto quel tempo che avevo improvvisamente a disposizione da quando avevo abbandonato la vita da festaiolo. D’un tratto, ventiquattr’ore sembravano un tempo molto, molto lungo. Mi aveva detto di considerare tutte quelle nuove ore una benedizione, un tempo da usare per vivere – ed era esattamente quello che avevo fatto. Ogni giorno prendevo una penna e scrivevo tutto quello che volevo fare, dal provare un nuovo caffè sulla strada per andare al lavoro a iscrivermi a un nuovo bizzarro corso in palestra. Quella tecnica di riempire tutto il tempo che avevo correndo in giro a fare cose funzionava, per me. Perdere quella via di fuga è stata dura.

Solo in mezzo a una folla

Nel periodo in cui l’unico modo di socializzare era attraverso uno schermo, questo significava sempre guardare persone che bevevano. Per chi non beveva, i cocktail party su Zoom e i Quarantini all’ora di pranzo spesso sembravano una cosa di cui non potevamo far parte, il che aumentava il senso di isolamento che la pandemia ci procurava. 

Ho provato a fare dentro alcune delle cose che facevo fuori, con poco successo. Dopo giorni di ricerche, sono riuscito a procurarmi un paio di kettlebell e una Cyclette, ma allenarsi a casa non era la stessa cosa che andare in palestra. Ho scoperto che odio cucinare. Un giorno in cui ero particolarmente giù di morale ho ordinato un vaporizzatore per olio CBD su Amazon, ma stare seduto da solo in salotto a fumare una batteria mi sembrava imbarazzante proprio come temevo sarebbe stato.

Foto Jamie Spence

Woman working from home at night

Foto Jamie Spence
Photography Justin Paget

Gli ultimi mesi sono stati un’altalena di emozioni. C’erano giorni in cui mi sentivo soddisfatto e fortunato a non dover affrontare la più grande crisi della mia vita intrappolato in casa con i postumi da sbornia. Altri in cui invece quella lucidità metteva in luce il fatto che non c’era più un posto per nascondersi. Non potevi più staccare il cervello dopo un paio di bicchieri di vino, il flusso di cattive notizie era incessante e non avevi niente per attutire il colpo. Sapere che altri l’avevano, che fosse sano o no, mi faceva sentire alquanto invidioso. Ma l’emozione più grande con cui ho dovuto lottare è stata la sensazione costante di essere tagliato fuori; è stata dura, molto più dura di quanto fosse mai stata la sobrietà prima del Covid-19. Ora che il lockdown si è allentato e il mondo lentamente riparte, quella sensazione non se ne va. I drink su Zoom sono diventati drink al parco. E i nuovi discorsi sono “Quali bar hanno riaperto?”. Tutte cose di cui non mi sento parte.

Il Coronavirus ha spinto molte persone a farsi domande importanti sul proprio rapporto con l’alcol. Mentre alcuni si chiedono se non abbiano bevuto troppo negli ultimi mesi, il Sud Africa ha bandito le vendite di alcolici per impedire che gli ospedali venissero inondati di ricoveri collegati all’alcol. Durante il lockdown ho fatto il record di 600 giorni senza alcol e posso dire con assoluta certezza che è stato il periodo più difficile del mio percorso verso la sobrietà. Quella sensazione di non essere invitato alla festa ha scatenato problemi che ci ho messo molto a risolvere. Ma adesso che si sta tornando a una sorta di normalità, sono grato di non dover affrontare la pandemia globale con i postumi da sbornia.